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26 Luglio 2019

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24 Luglio 2019

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23 Luglio 2019

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LINKMATE, QUASI 3000 ISCRIZIONI IN POCHI GIORNI A TARANTO

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22 Luglio 2019

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E’ prevista per lunedì 18 giugno la scadenza dell’acconto di Imu e Tasi 2018. Anche in quest'occasione resta tutto sostanzialmente invariato rispetto agli anni scorsi. Le delibere comunali per il 2018 si limitano quasi sempre a confermare le aliquote del 2017. Il blocco degli aumenti dei tributi locali, fissato anche per quest’anno, ha impedito gli incrementi delle aliquote. E, nello stesso tempo, la maggior parte dei Comuni non è riuscita a finanziare riduzioni del prelievo fiscale.

Da una ricerca condotta da Caf ACLI per il “Sole24Ore” sul livello medio delle aliquote applicate agli immobili si ricava la conferma che Imu e Tasi sono rimaste praticamente ferme dal 2015. “Gli sconti sono così rari- si legge sul Sole 24 Ore del lunedì- che, per vederne l’impatto sui dati aggregati, bisognerebbe pubblicare le aliquote medie con tre, quattro o cinque decimali”. Il record, a livello di media nazionale, spetta ai fabbricati produttivi (categoria catastale D) con un’aliquota media del 9,96 per mille considerando l’Imu e, nelle città che l’hanno istituita, anche la Tasi. Per questi fabbricati, infatti- si rileva dal dossier- il prelievo resta mediamente elevato anche nei Comuni con meno di 5mila abitanti, dove invece- per le altre tipologie di immobili- tende ad essere molto più basso rispetto ai grandi centri.   

Nei Comuni con oltre 50mila abitanti l’aliquota media più alta spetta alle “case a disposizione” con il 10,5 per mille. “Per avere un’idea- si legge sul quotidiano-, su una casa con una rendita catastale di 600 euro significa pagare 1058 euro l’anno, di cui 529 in acconto. Senza calcolare che, se il proprietario ha l’abitazione principale nello stesso Comune, si ritrova a dover versare anche l’Irpef sul 50% del reddito fondiario: quasi 100 euro in più già nel primo scaglione di reddito”. Sono pochi i casi di riduzione del prelievo da parte dei Comuni. Tra questi, il Comune di Milano che per il 2018 ha approvato l’esenzione dalla Tasi per gli immobili in categoria catastale D e destinati al servizio di mercato all’ingrosso, che vedono l’Imu ridotta al 7,6 per mille. Un altro esempio è quello di Genova, dove è stata ridotta al 9,1 per mille l’aliquota per i D/1 e D/7 delle imprese, realizzati per consentire nuovi insediamenti produttivi o ampliare quelli esistenti nel 2018.

Nel complesso l’unica tipologia di immobili su cui si nota una riduzione è quella delle case affittate a canone concordato, con l’aliquota media scesa dal 9,16 per mille al 9,11 per mille del 2018. Un segnale della volontà dei Comuni di assecondare l’abbattimento automatico del 25% della base imponibile, introdotto dalla legge di Stabilità del 2016. Ma quella delle locazioni a canone concordato è un’eccezione.    

E’ prevista per lunedì 18 giugno la scadenza dell’acconto di Imu e Tasi 2018. Anche in questa occasione resta tutto sostanzialmente invariato rispetto agli anni scorsi. Le delibere comunali per il 2018 si limitano quasi sempre a confermare le aliquote del 2017. Il blocco degli aumenti dei tributi locali, fissato anche per quest’anno, ha impedito gli incrementi delle aliquote. E, nello stesso tempo, la maggior parte dei Comuni non è riuscita a finanziare riduzioni del prelievo fiscale.

Da una ricerca condotta da Caf ACLI per il “Sole24Ore” sul livello medio delle aliquote applicate agli immobili si ricava la conferma che Imu e Tasi sono rimaste praticamente ferme dal 2015. “Gli sconti sono così rari- si legge sul Sole 24 Ore del lunedì- che, per vederne l’impatto sui dati aggregati, bisognerebbe pubblicare le aliquote medie con tre, quattro o cinque decimali”. Il record, a livello di media nazionale, spetta ai fabbricati produttivi (categoria catastale D) con un’aliquota media del 9,96 per mille considerando l’Imu e, nelle città che l’hanno istituita, anche la Tasi. Per questi fabbricati, infatti- si rileva dal dossier- il prelievo resta mediamente elevato anche nei Comuni con meno di 5mila abitanti, dove invece- per le altre tipologie di immobili- tende ad essere molto più basso rispetto ai grandi centri.   

Nei Comuni con oltre 50mila abitanti l’aliquota media più alta spetta alle “case a disposizione” con il 10,5 per mille. “Per avere un’idea- si legge sul quotidiano-, su una casa con una rendita catastale di 600 euro significa pagare 1058 euro l’anno, di cui 529 in acconto. Senza calcolare che, se il proprietario ha l’abitazione principale nello stesso Comune, si ritrova a dover versare anche l’Irpef sul 50% del reddito fondiario: quasi 100 euro in più già nel primo scaglione di reddito”. Sono pochi i casi di riduzione del prelievo da parte dei Comuni. Tra questi, il Comune di Milano che per il 2018 ha approvato l’esenzione dalla Tasi per gli immobili in categoria catastale D e destinati al servizio di mercato all’ingrosso, che vedono l’Imu ridotta al 7,6 per mille. Un altro esempio è quello di Genova, dove è stata ridotta al 9,1 per mille l’aliquota per i D/1 e D/7 delle imprese, realizzati per consentire nuovi insediamenti produttivi o ampliare quelli esistenti nel 2018.

Nel complesso l’unica tipologia di immobili su cui si nota una riduzione è quella delle case affittate a canone concordato, con l’aliquota media scesa dal 9,16 per mille al 9,11 per mille del 2018. Un segnale della volontà dei Comuni di assecondare l’abbattimento automatico del 25% della base imponibile, introdotto dalla legge di Stabilità del 2016. Ma quella delle locazioni a canone concordato è un’eccezione.    

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